Arsenal: una vita oltre il 90°

    È dura tifare Arsenal. Più dura di quanto si possa immaginare. Potrebbe sembrare un paradosso visto che si parla della terza squadra più vincente del Regno Unito dopo Manchester United e Liverpool. La prima se si considerano le sole squadre di Londra. Eppure c’è qualcosa di estremamente controverso, misterioso, inimmaginabile. Tifare Arsenal vuol dire vivere una vita in continuo sussulto, apprensione, nella spasmodica attesa di una vittoria che sembra irraggiungibile.

    Malati di Arsenal, malati di calcio

    Proprio così. L’Arsenal è una malattia. Che ti colpisce in tenera età e accompagna tutte le fasi della tua vita. La passione viscerale per i Gunners s’incarna perfettamente nel personaggio del film “Febbre a 90”.

    Paul Ashworth, il professore di lettere di una scuola superiore di Londra non è altro che Colin Firth, protagonista dell’omonomo romanzo di Nick Hornby. Due nomi diversi per identificare lo stesso personaggio la cui esistenza è caratterizzata da tre punti fermi: l’Arsenal, le partite della squadra composta dai suoi scolari e le birre al pub con l’amico di sempre. Una vita che gira attorno alle vicende della squadra del cuore.

    Accade tutto in una frazione di secondo. Basta affacciarsi a quelle gradinate, intravedere il rettangolo verde e sentire quel brivido che ti accompagnerà ogni volta che uscendo di casa stringerai al collo la sciarpa della tua squadra. È quello che è accaduto a Paul Asworth, è quello che vive ogni “malato” di calcio.

    Arsenal-febbrea90

    Arsenal, Febbre a 90

    Facendo un passo indietro, il romanzo di Nick Hornby rappresenta l’educazione sentimentale per ogni tifoso. All’interno ci sono descritte tutte le fasi irrazionali che attraversa qualsiasi innamorato di calcio. L’assurdità di vivere la propria vita in funzione dei risultati sportivi dell’Arsenal:

    “Dopo un po’ ti si mescola tutto in testa e non riesci più a capire se la vita è una merda perché l’Arsenal fa schifo, o viceversa”

    Nella vita del protagonista di Febbre a 90 tutto è legato in modo indissolubile alle vicende della propria squadre del cuore. Il lavoro, gli amici, la famiglia rappresentano il contorno di una vita vissuta al fianco dei gunners.

    Non c’è una spiegazione razionale perché non c’è razionalità nel tifoso. Una quotidianità nella quale non c’è posto per altro che non sia calcio. Sembra assurdo, paradossale, infantile. Eppure essere tifosi di una squadra di calcio è come far parte di una grande famiglia in cui tutti si preoccupano delle stesse persone e inseguono gli stessi sogni. Cosa c’è d’infantile in questo?

    Arsenal, tra cuore e ragione

    A volte però il destino ti pone di fronte a un bivio. L’Arsenal con le sue domeniche allo stadio, le statistiche sui calciatori e tragitti in macchina nei quali l’unica stazione radio da ascoltare è quelle delle trasmissioni calcistiche. La vita “normale” in cui l’unico motivo di esistenza non è solo il pallone.

    È difficile scegliere. È stranissimo dover fare i conti con una coscienza interiore che ti ricorda che c’è altro oltre i gunners. La storia di Paul Ashworth  e Colin Firth è la storia di tutti noi. Cresciuti a pane e pallone. Incapaci di prestare attenzione a qualcos’altro che non sia quel meraviglioso oggetto sferico.

    “È qualcosa che non puoi capire se non ci sei dentro”. È tutto e il contrario di tutto.

    Noi non supereremo mai questa fase!

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